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Fonte Aretusa

Fonte AretusaLa Fonte Aretusa, questa sorgente di acqua dolce che sgorga da una grotta a pochi metri dal mare, fu sempre cara ai Siracusani e fu soprattutto il simbolo della città sin dai tempi antichi. Essa non era altro che uno dei tantissimi sfoghi che la falda freatica iblea possiede nel siracusano, la stessa falda che alimenta il Fiume Ciane sul lato opposto del porto grande. Questa mitica fonte fu cantata da molti poeti, affascinati dalla leggenda di Aretusa e dal luogo incantevole: Virgilio, Pindaro, Ovidio, Silio Italico, Milton, André Gide, Gabriele D'Annunzio, solo per citarne alcuni. Già Cicerone ne parlava (nelle Verrine) descrivendola così: "una fonte incredibilmente grande, brulicante di pesci e così situata che le onde del mare la sommergerebbero se non fosse protetta da un massiccio muro di pietra". In epoca normanna lo scrittore arabo Edrisi la descriveva così: "Meravigliosa sorgente che s'appella An Nabbudi (nome arabo di Aretusa) , la quale spicciava da una scogliera proprio un riva al mare". Nel XVI° secolo la fonte era suddivisa in più rivoli, ognuno dei quali era utilizzato per la concia delle pelli, formando alla fine una specie di "grandissimo lago" dal perimetro di circa 200 m., separato dal mare da enormi macigni. Gli Spagnoli (XVII° secolo) vi edificarono un bastione, poi abbattuto per divenire un belvedere. Del bastione è ancora visibile il basamento.

Persino Nelson subì il fascino di questa celebre fonte, che definì miracolosa perchè con la sua acqua rifornì nel 1798 le navi, prima di battere Napoleone ad Abukir in Egitto. Solo dopo i lavori del 1847, la fonte assunse l'aspetto che ha oggi, centro di un invaso ricco di papiri, anatre e ancora "brulicante di pesci", circondata da alte mura sormontate da ringhierine. Ma il mito della Fonte Aretusa, che affascinò gli uomini di ogni epoca, trova la sua logica nel significato di una profonda unione fra le colonie greche e i loro fondatori. Pausania e Strabone ci tramandano che, secondo la vecchia mitologia, la ninfa Aretusa , fedele ancella di Artemide (dea della caccia), fu scorta dal dio fluviale Alfeo (figlio di Oceano), che se ne invaghì e tentò di sedurla contro la sua volontà. Per salvarsi da Alfeo fuggì in Sicilia, dove Artemide la tramutò in fonte nei pressi del porto di Siracusa, in Ortigia (isola sacra ad Artemide). Zeus, commosso, mutò Alfeo in un fiume della Grecia (presso Olimpia), permettendogli così di raggiungere Aretusa, scorrendo sottoterra. Ancora oggi sul lungomare Alfeo ad Ortigia, nei pressi della celebre fonte, sgorga una sorgente detta " l'Occhio della Zillica", che la fantasia popolare ha spesso identificato nell'innamorato Alfeo. Da allora, narrano i poeti greci, quando ad Olimpia si sacrificavano degli animali lungo il fiume Alfeo, la Fonte Aretusa si tingeva di rosso.

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